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Al momento stai visualizzando Il Velo di Maya

Il “velo di Maya”, è un’espressione introdotta dal filosofo Arthur Schopenhauer ne: “Il mondo come volontà e rappresentazione” mutuando un concetto dei Veda induisti, il complesso di testi sacri da cui prenderà poi vita il Vedismo prima, e l’Induismo poi, il velo di Maya è ciò che ci rende impossibile vedere il mondo per come è realmente ovvero per indicare l’illusorietà della realtà in cui viviamo.  

Per Schopenhauer il velo di Maya è inteso come velo illusorio, presupponendo che la vita per come la conosciamo, sia un sogno regolato da precise leggi, valide per tutti: “E’ Maya, il velo ingannatore, che avvolge il volto dei mortali e fa loro vedere un mondo del quale non può dirsi né che esista, né che non esista; perché rassomiglia al sogno, rassomiglia al riflesso del sole sulla sabbia, che il pellegrino da lontano scambia per acqua; o anche rassomiglia alla corda gettata a terra, che agli prende per un serpente”.

Questo velo ci separa dall’autentica percezione della realtà, rinchiudendoci nel ciclo di morte-rinascita, ostacolandoci nel sentirci liberi. Secondo questa visione, il mondo materiale è un’illusione, apparentemente duale, ovvero basato sulla divisione fra giusto e sbagliato, bene e male, bianco e nero, luce e ombra…

Ma questa dualità è fasulla

E’ solo liberandosi da questa trappola, l’anima può risvegliarsi.

Anche Carl Gustav Jung, rispetto a questa cieca illusione sosteneva: “C’è una quantità di persone che non sono ancora nate. Sembra che siano qui e che camminano ma, di fatto, non sono ancora nate perché si trovano al di là di un muro di vetro, sono ancora nell’utero. Sono nel mondo soltanto provvisoriamente e presto ritorneranno al pleroma da cui hanno avuto inizio. Non hanno ancora creato un collegamento con questo mondo; sono sospesi per aria, sono nevrotici che vivono una vita provvisoria. Una vita condizionata, la vita di qualcuno che è ancora collegato al pleroma, il mondo archetipico dello splendore, da un cordone ombelicale grosso come una gomena da nave”.

“Bene, nascere è importantissimo; si deve venire in questo mondo, altrimenti non si può realizzare il Sé, e fallisce lo scopo di questo mondo. Se questo succede, semplicemente si deve essere ributtati nel crogiuolo e nascere di nuovo. […] Vedete, è di un’importanza assoluta essere in questo mondo, realizzare davvero la propria “entelechia”, il germe di vita che si è, altrimenti non si può mai mettere in moto Kundalini e non ci si può mai distaccare. Si viene ributtati indietro, e non è successo nulla, è un’esperienza assolutamente priva di valore. Si deve credere in questo mondo, mettere radici, fare del proprio meglio, anche se bisogna credere alle cose più assurde. […] Si deve infatti lasciare qualche traccia di sé in questo mondo, che certifichi che siamo stati qui, che qualcosa è successo. Se non accade nulla del genere, non ci si sarà realizzati; il germe di vita è caduto, per così dire, in uno spesso strato d’aria che lo ha tenuto sospeso”.

“Non ha mai toccato il suolo, e quindi non ha potuto produrre la pianta. Se invece si entra in contatto con la realtà in cui si vive, vi si rimane per diversi decenni e si lascia la propria impronta, allora può avviarsi il processo di impersonale. Vedete, il germoglio deve sbocciare dalla terra, e se la scintilla personale non è mai entrata nella terra, da lì non uscirà nulla, non ci saranno né “linga” né “Kundalini” perché si è ancora nell’infinità che c’era prima”.

Per Jung, per uscire da questa cecità resta fondamentale individuare il proprio scopo di vita.

Per farlo sembra necessario silenziare un po’ i nostri incessanti pensieri che alimentano le nostre nevrosi e ricontattare l’essenza di noi stessi. E per farlo, serve un atto di volontà. La libertà è preziosa ma chiede responsabilità. 

Rievocando la filosofia di Immanuel Kant, da cui Schopenhauer riprende la differenza tra la realtà come appare e la realtà in sé. Schopenhauer considera la realtà fenomenica come velo di Maya (apparenza illusoria), che ci offre una visione deforme delle cose, spingendoci a pensare che la rappresentazione debba essere ritenuta un inganno e la vita simile a un sogno, separati da un confine labile: “Vita e sogni sono fogli di uno stesso libro: leggerli in ordine è vivere, sfogliarli a caso è sognare.”

Per Kant la realtà era inaccessibile per l’intelletto umano, per Schopenhauer questa realtà diventa accessibile, anzi necessaria per comprendere lo stato delle cose, situazione a cui si arriva solo squarciando appunto il velo di Maya, riflettendo su se stessi e percependosi come realtà fenomenica e soprattutto come Volontà.

Proprio la volontà sarebbe la vera e autentica essenza dell’uomo e, a diversi livelli, anche quella di tutta la realtà.

Per Schopenhauer gli uomini sono ignoranti, nel senso che ignorano come sia realmente il mondo. Vedono il mondo come lo desiderano, ma non per come è davvero.

Il mondo reale si trova nascosto agli uomini, proprio dal velo di Maya.

Per Schopenhauer il velo può essere strappato tramite le 3 vie di liberazione dal dolore: l’arte, la pietà e l’ascesi, in quanto il dolore è inevitabilmente parte della vita: “La vita umana è come un pendolo che oscilla incessantemente tra il dolore e la noia, passando per l’intervallo fugace, e per di più illusorio, del piacere e della gioia”

C’è una differenza tra l’uso del concetto di Schopenhauer (il velo è quello che nasconde la realtà delle cose, e rappresenta la dualità, bene e male, spirituale e secolare, sacro e profano), e come lo stesso concetto era inteso nell’antica India. Māyā significava in origine “creazione”; nel Ṛgveda (VI, 47,18) si può leggere “Con i poteri della propria māyā Indra si presenta in differenti forme“, perciò Maya interpretava la capacità degli dei di manifestarsi e trasformarsi in infinite forme, ma proprio questo potere finiva per confondere gli uomini e celare loro la vera natura della Realtà.

Nei Veda indiani, datati intorno ai 5000 anni a.C., la dea Maya, dopo aver creato la Terra, la ricoprì con un velo che doveva impedire agli uomini la conoscenza della vera natura della realtà; quello della dea è un vero e proprio atto di pietà, perché in caso contrario la vita non sarebbe stata possibile.

Il velo quindi da una parte nasconde la realtà, dall’altra ce la rende possibile.

Oggi, potremmo dire che Maya è il nascondersi dietro le maschere, sottomettendosi a condizionamenti familiari, culturali e sociali, interpretando ruoli non sentiti o opportunistici e rincorrendo modelli precostituiti.

I rimorsi, i sensi di colpa, i rimpianti, le aspettative, sono i moderni aspetti di questa “illusione”.

Togliere il velo di Maya significa avere il coraggio di vedersi e di vedere, di ascoltarsi e di ascoltare dal cuore, senza giudizio e accogliere la vera natura di noi stessi, degli altri e delle cose della vita, qui e ora, nel presente.

Spogliarsi dal Velo di Maya, oggi, richiede quindi una grande e a volte difficile responsabilità, la responsabilità di essere ciò che siamo.

 

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